Péret Benjamin, révolutionnaire permanent

Tout au long des 89 pages qui composent ce livre, Guy Prévan nous invite à suivre les traces de Benjamin Péret dans son cheminement politique. L'intégrité et la sincérité de Péret ne sont plus à décrire. Guy Prévan plante le décors politique de l'époque et, à l'aide d'extraits de correspondances, montre les difficultés et la foi infaillible du poète surréaliste dans son engagement révolutionnaire. Un livre plein d'esprit et de précisions, lesquelles méritaient d'être faites.

Éditions : Syllepse
Année : 1999
Prix : 7,62€

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Commentaires (2)

1. mcdavid ankle brace australia (site web) 13/07/2013

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2. sergio falcone (site web) 06/08/2008

«Benjamin Péret s’est mis en tête de fouler toutes les défaites putrides, fumantes, ricanantes. Et c’en est comme si les rivières de diamants brũlaient au coup fané des embrassades impossibles. Il a le triomphe insolent», Paul Éluard, L’Arbitraire, la contradiction, la violence, la poesié.


"Il poeta attuale non ha altra risorsa che essere rivoluzionario o non essere poeta", Benjamin Péret.


È sempre esistita una corrente di pensiero (che va da Nerval a Baudelaire, da Novalis a Rimbaud, da Blake a Lautréamont, fino ai Dadaisti e ai Surrealisti) che identifica, più o meno chiaramente, la poesia con la rivoluzione, che mette in evidenza i profondi rapporti che legano lo sconvolgimento delle parole allo sconvolgimento della società. Così, se il linguaggio è uno dei principali strumenti utilizzati dal dominio per il mantenimento dell’ordine e della disciplina, se le parole servono ad incatenare le emozioni e le sensazioni umane, riducendole a meri segni al fine di poterli trasmettere, se ogni discorso in definitiva trova la sua legittimazione nella sottomissione ad una logica utilitaria, la poesia è stata molte volte percepita come la negazione, la trasgressione del linguaggio: la poesia disordina la logica sottostante ogni discorso, ne altera la struttura vanificandola. Una simile messa in libertà delle parole doveva precedere, in qualche modo, la messa in libertà degli individui.
Un tempo la pulsione radicale della poesia si manifestava, ad esempio, nelle affermazioni di Blake, Tutti gli uomini sono simili per mezzo del genio poetico, o di Lautréamont, La poesia deve essere fatta da tutti non da uno. Affermazioni che rimandavano chiaramente ad una loro realizzazione rivoluzionaria e la cui mancanza di consequenzialità pratica deve aver frustrato più d’un poeta. Alla poesia, che avrebbe voluto trasformare il mondo, veniva (e viene tutt’ora) concesso solo di cambiare l’ordine delle parole. A questa mutilazione, in queste ultime epoche viziate dalla peste politica, si è cercato di porre rimedio legando la poesia al carro del movimento rivoluzionario. Per sostenere una simile operazione, da un lato si è cercato di rivendicare una fantomatica “militanza” dei poeti del passato (da qui i dibattiti su Rimbaud “poeta della Comune” o su Lautréamont “agitatore blanquista”), dall’altro si si è collocato esplicitamente la poesia all’interno della politica rivoluzionaria. Purtroppo questo richiamo alla rivoluzione il più delle volte ha assunto la meschina forma della sottomissione della poesia alle esigenze del partito, finendo così per aggiungere mutilazione a mutilazione. È proprio questo che Benjamin Péret definisce un maldestro tentativo di rianimare un mito agonizzante, capace solo di produrre una pubblicità farmaceutica, una versione laica della preghiera. Certamente quando la poesia non rimanda e non scaturisce dalla rivolta non è altro che immondizia letteraria, merce consumabile, ma va detto anche che la poesia non è la rivolta, non potrebbe mai esserlo; la poesia che si pretende tale non è che un surrogato.
Il movimento della poesia parte dal noto e conduce all’ignoto. Ma, nel momento in cui sta per giungervi, comincia il riflusso. Ciò che noi conosciamo come poesia è in realtà proprio questo riflusso. Non è la conoscenza di se stessi, né l’esperienza dell’ignoto, ma solo l’evocazione di questa esperienza. Un’esperienza ricca e facile ma che si differenzia dall’esperienza autentica. Senza la bellezza dell’evocazione, la stessa esperienza sarebbe forse priva di fascino, ma questa può cominciare solo nel vuoto dell’evocazione. La poesia eccede l’esistente, ma non può trasformarlo. Sostituisce la servitù dei legami naturali con la libertà verbale, capace di spezzare questi legami ma solo letterariamente. Alla lunga, questo antagonismo verbale diventa una complice convivenza ed i limiti della poesia cominciano a diventare intollerabili. È per questo che la poesia, per emanare quel soffio di libertà che ha portato alcuni a legarla strettamente alla sovversione, deve evitare di cadere nel tranello della propaganda partitica, dell’impegno politico, come in quello dell’autocompiacimento artistico, in quanto la sua felice espressione è nient’altro che il meraviglioso, l’accesso all’ignoto. Ai nostri occhi appare chiaro che l’irruzione dell’individuo nell’ignoto è esattamente il punto di contatto fra poesia e rivoluzione: se di questo rapporto la poesia non vuole rimanere che la mera promessa o la falsificazione ricuperatrice, essa deve necessariamente essere seguita, o provenire, dall’azione, dalla rivolta. È il caso di Je ne mange pas de ce pain-là (Non ne mangio di quel pane) di Benjamin Péret. Pubblicata nel 1936 dalle Editions surréalistes, con una tiratura di 249 copie, quest’opera racchiude poesie apparse in parte sulle riviste La Révolution surréaliste, Clarté e Le Surréalisme au service de la Révolution, fra il 1926 ed il 1933. Ispirate da personaggi ed episodi di quel periodo, queste poesie riescono, grazie alla loro violenza, a sfuggire sia alla menzogna propagandistica che all’impotenza letteraria. Se altrove Péret scriveva che compito del poeta è quello di pronunciare parole dissacranti e bestemmie permanenti, allora non ci sono dubbi che Non ne mangio di quel pane, il rifiuto di ogni compromesso borghese o stalinista, è il suo miglior libro: un’opera in cui l’odio e il disgusto per l’autorità, la religione, il lavoro, la patria, la polizia sono elementi palpabili dalla prima all’ultima pagina. A dimostrazione della materialità di queste poesie, ricordiamo che il giornale Liberté chiese la fucilazione di Péret, colpevole di aver scritto Vita dell’assassino Foch.
Destino emblematico quello di Péret. Stimato solo da una ristretta cerchia di amici e conoscenti quand’era ancora in vita, il suo nome ha conosciuto una relativa fama solo dopo la sua morte, via via che il Surrealismo si consolidava come cultura di Stato. Ha insomma condiviso il destino di molti individui solitari: ignorati da vivi, applauditi da morti.
Tuttavia, la sua opera, del resto piuttosto consistente (in Francia, le sue Opere complete contano sette volumi), è poco conosciuta. La cosa è facilmente comprensibile, se si considera come Péret sia un autore difficilmente trattabile. Se è vero che il Surrealismo gli ha dato una (postuma) fama letteraria, c’è da dire che il compito dei versaioli, dei critici prezzolati, degli operatori culturali e di tutta la canaglia artistica interessata a recuperarne la radicalità, è stato facilitato solo in parte. Certo, è possibile relegare Péret nella Storia della letteratura, considerarlo un semplice poeta, cioè un idiota letterato, coprire di silenzio le sue opere più esplicitamente politiche quanto la fonte dell’intera sua opera: tutto ciò è stato fatto. Ma non è servito a molto. Non è un caso infatti se si preferisce continuare a parlare di lui, piuttosto che a pubblicarne e leggerne i libri. In Péret, poeta perché rivoluzionario e rivoluzionario perché poeta, lo spirito di rivolta è sempre presente, pronto ad affiorare all’improvviso quando meno lo si aspetta, poiché per lui la rivolta non è un semplice soggetto poetico, ma la stessa fonte dell’esistenza.
La difficoltà di rinchiudere Péret in uno schemino facilmente catalogabile l’hanno riscontrata anche i militanti rivoluzionari, nel loro tentativo di esorcizzare o recuperare ai propri fini la poesia. Così Péret, oltre ad odiare tutta la canaglia letteraria, odiava anche i nemici della poesia, coloro che la ritengono un puro mezzo d’evasione, che egli definiva i quali veri e falsi preti,disprezzano il sogno a favore della loro realtà, come se il sogno non fosse uno dei suoi aspetti, e il più sconvolgente, esaltano l’azione a spese della meditazione, come se la prima senza la seconda non fosse che uno sport, insignificante come tutti gli sport. In un certo senso, è proprio questa la condanna di Péret: troppo radicale per i letterati, troppo artista per i militanti rivoluzionari.
Il 1936 non è solo l’anno della pubblicazione di Je ne mange pas de ce pain-là. Il 19 luglio, come reazione al colpo di stato di Franco, il proletariato spagnolo scende in piazza, si arma, dà l’assalto a caserme, prigioni, chiese: è la rivoluzione spagnola. Un simile evento non poteva che suscitare l’entusiasmo dei Surrealisti francesi, che sostennero immediatamente la lotta dei rivoluzionari spagnoli. Ma di essi solo Péret si precipitò in Spagna per prendervi parte in prima persona. Il 29 luglio annuncia in una lettera ad André Breton l’intenzione di guadagnare la Spagna, ben intenzionato a partecipare alla musica. Vi giungerà nei primi giorni di agosto.
Dell’esperienza spagnola di Péret si sa pochissimo. Comunista antistalinista, Péret si unisce al POUM (partito trockista), ne cura le trasmissioni radio in portoghese a Barcellona, viene inviato a combattere su vari fronti. Ma la convivenza con i trockisti non dura a lungo: il loro opportunismo politico presto lo disgusta. Ne è testimonianza la notizia della sua fucilazione da parte degli stessi militanti del POUM, una voce che gettò nel panico gli ambienti surrealisti parigini. Sebbene falsa, questa notizia la dice comunque lunga sui rapporti fra il Surrealista francese e i politicanti rivoluzionari del POUM, accusati di accettare gente alla loro destra, ma non alla loro sinistra. Péret, dopo aver abbandonato il POUM ai suoi compromessi, si unisce al Battaglione Nestor Makhno della Colonna Durruti in cui militerà per un certo periodo. Rientrato in Francia nel 1937 dopo aver constatato la sconfitta della rivoluzione spagnola, continuerà fino alla fine a svolgere un’intensa attività rivoluzionaria assieme ai comunisti dissidenti e anarchici, partecipando ai gruppi 14 Juillet, Fomento Obrero Revolucionario, Socialisme ou barbarie.
Benjamin Péret nasce il 4 luglio 1899 a Rezé, vicino a Nantes; muore a Parigi il 18 settembre 1959, in seguito ad una trombosi all’aorta. Je ne mange pas de ce pain-là è l’epitaffio che verrà inciso a lettere rosse sulla sua lapide di granito al cimitero des Batignoles.
Intesa la mattina del 20 maggio scorso in un dormiveglia attraversato da immagini confuse del fronte d’Aragona che avevo lasciato tre settimane prima, questa frase mi risvegliò improvvisamente: L’uovo di Durruti si schiuderà.

Dalla prefazione a l'edizione italiana di Benjamin Péret, Non ne mangio di quel pane, Gratis edizioni.

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